
Una pièce dei bambini cambogiani contro gli abusi del turismo sessuale. L’iniziativa è della rete Ecpat che ha deciso di raccontare lo sfruttamento sul palco Gli attori sono minori dei quartieri a rischio di Phnom Penh. Che così imparano a riflettere sui pericoli che corrono, per proteggere se stessi e le proprie comunità
Ludovica Jona
Sok sbatte con violenza la bottiglia sulla schiena di keat: e’ ubriaco e picchia la moglie che, per mancanza di soldi, non ha preparato la cena. Poco dopo, quando arrivano due donne ben vestite che gli propongono di anticipargli il denaro per far lavorare le due figlie in città, acconsente senza esitazione. Le ragazze cominciano così a essere schiavizzate dalle due “ladies” che contrattano il loro prezzo sul mercato del sesso.
Le vicende delle due giovani sono parte di uno spettacolo teatrale realizzato da Ecpat, rete internazionale di ong contro lo sfruttamento sessuale dei minori, per coinvolgere gli adolescenti nella lotta contro l’abuso a Rusey Keo, quartiere della periferia di Phnom Penh. Una platea di ragazzini, che segue con attenzione gli avvenimenti sul palco, esplode in urla eccitate nel momento in cui “il cliente” esce dall’angolo in cui una delle ragazze è stata relegata, facendo il gesto di riallacciarsi i pantaloni.
Ragazzi ricordate che questo spettacolo non è solo per intrattenervi. Dovete comprenderne il senso per proteggervi dagli abusi e insegnarlo agli altri bambini del quartiere.
Eng Kalyan è responsabile del progetti, che è stato lanciato in questi giorni nella capitale della Cambogia per mettere un freno al fenomeno che sta rubando l’innocenza a una generazione: delle circa 60.000 persone che si stima siano coinvolte nella prostituzione, secondo l’Unicef il 30-35% sono minorenni.
Di sera, sul lungofiume di Phnom Penh, a due passi dal Palazzo Reale, la zona turistica della città, è facile incontrare giovanissime ragazzine o adolescenti locali che accompagnano uomini occidentali di età avanzata. Ma questa è solo la punta dell’iceberg del fenomeno perché nella maggior parte dei casi gli abusi sui minorenni sono compiuti da uomini asiatici: «Oltre a essere meno visibili, sono più furbi degli occidentali spiega Chin Chanveasna, direttore di Ecpat Cambogia – invece di esporsi in strada, chiedono a un protettore che il minore gli venga portato direttamente in albergo».
La prostituzione minorile è alimentata in Asia dalla convinzione che unirsi a una vergine purifichi e dia potere. Per un rapporto sessuale con una di loro, uomini d’affari cinesi o sudcoreani, ma anche alti funzionari e militari cambogiani, sono disposti a pagare tra gli 800 e i 4.000 dollari. Una benedizione per una famiglia povera in un paese dove il salario di un’operaia è 50 dollari, ma anche una porta d’accesso, pericolosamente diffusa tra le ragazze, alla strada senza uscita della prostituzione. Secondo una ricerca realizzata nel 2010 da Ecpat Cambogia, più di un terzo delle ragazze di strada ha cominciato a prostituirsi a 16 anni, vendendo la verginità. Quasi la metà di queste è stata costretta a farlo con la forza. È, probabilmente, quello che è successo a Ieng, incontrata in un bar del quartiere a luci rosse di Mai Da, nella periferia di Phnom Penh: Oltre un centinaio tra karaoke bar, centri massaggi e nightclub – che sono bordelli travestiti, poiché formalmente la prostituzione in Cambogia è illegale – più un indotto di guesthouse per consumare i rapporti, bancarelle aperte tutta la notte e supermercati che accanto alle casse, oltre ai preservativi, espongono confezioni di viagra.
Ieng ha la pelle chiara, molto ambita da queste parti, un fisico minuto e modi infantili che stridono con il trucco pesante. Racconta di essere nata in Vietnam e di essere arrivata qui due anni fa, perché la famiglia non aveva più i soldi per farla studiare. Per 2000 dollari ha venduto la sua verginità a un “rich man” cinese e ora lavora come beer girl: accompagna i clienti del bar mentre bevono birra e se vogliono negozia una prestazione, che in media costa dai 15 ai 25 dollari, 10 dei quali restano al locale. Accanto a Ieng c’è Meas, anche lei molto truccata e molto giovane.
Secondo l’edizione 2010 del Database Report on Sexual Trafficking, Exploitation and Rape realizzato analizzando i dati di un centinaio di associazioni attive per i diritti dell’infanzia in Cambogia, il tramite per entrare nella prostituzione è nel 60% dei casi è un conoscente, nel 13% dei casi un parente, nel 9,2% addirittura un genitore, a volte non pienamente consapevole.
«I bambini tendono a pensare che lo sfruttatore sia uno straniero, una persona lontana dal loro mondo, ma la maggior parte delle volte non è così», mi spiega Kalian, in una pausa delle prove dello spettacolo. «La violenza intrafamiliare e il maltrattamento dei bambini, sono primi passi verso il loro futuro abuso». Per questo nella rappresentazione teatrale viene messa in scena anche la famiglia “buona” dove i genitori dialogano con i figli e riescono a dire di no alle lusinghe degli sfruttatori.
È importante che i ragazzi imparino a difendersi da soli perché, nonostante le pressioni delle ong abbiano portato nel 2008 all’approvazione di una legge contro lo sfruttamento sessuale dei minori, la corruzione diffusa tra polizia e funzionari pubblici rende molto difficile farla rispettare. «Vogliamo che i bambini siano protagonisti della diffusione dello spettacolo, oltre che della sua messa in scena. Solo loro possono cambiare le cose», dice Kalian.
Il progetto, che coinvolge una trentina di ragazzi dagli 8 ai 16 anni è stato finanziato grazie al sostegno dei loro “padrini” a distanza italiani. Con Mak Ravieng, presidente dell’associazione locale che gestisce le adozioni a distanza garantite da Ecpat Italia, andiamo a visitare alcune delle famiglie dei bambini sostenuti. Ravieng ha 33 anni, è cresciuta in un orfanotrofio. Grazie a un “padrino” francese si è laureata in psicologia e da tre anni guida un’associazione che gestisce oltre 1000 sostegni a distanza. Oun è una vivace ragazza 16 anni che ama recitare e danzare, sempre impeccabile nella sua divisa. La madre vende in strada dolci di riso, ma Oun, che è molto brava a scuola, vuole diventare dottore. Così il programma la sosterrà all’università l’anno prossimo. «Possiamo pagarti la bicicletta per andare all’università, il motorino no, o almeno non tutto» le dice Ravieng.
L’ultima delle sette famiglie che visitiamo vive al secondo piano di casa in muratura. La madre delle due ragazze lavora come beer girl in un karaoke bar ed è sieropositiva da anni. Il marito è morto di Aids. Le due figlie hanno entrambe la sua bellezza ma una, la più grande, ha ereditato anche il male. Capisco subito qual è. Mentre Sokya è radiosa di vita, Chun ha lo sguardo perso e a 14 anni appare già esausta. Va male a scuola ma viene aiutata dalla sorella. Stiamo per andarcene quando Sokya si rivolge a Ravieng: «Da grande anche io voglio essere come voi, voglio lavorare in una ong per aiutare gli altri bambini!».
Via Unità del 18/09/12