Non per tutti i bambini il cacao è un dolce goloso.
5 luglio 2012 di du hängst
La Fair Labor Association assunta proprio della Nestlè, ha seguito tutto il percorso del cacao, dai coltivatori più poveri sino agli esportatori che vendono direttamente alla multinazionale.
E’ stato rilevato che nonostante l’azienda imponga che il cacao non provenga dal lavoro minorile, in realtà la Nestlè, nelle sue indagini, non va mai oltre il suo distributore diretto.
Non è la prima volta che l’azienda è oggetto di accuse così forti. Nel 2005 due Ong, l’International Labor Rights Fund e la Global Exchange, denunciarono Nestlé e le sue aziende fornitrici di commodity e di uso di manodopera ridotta in schiavitù. Per testimoniare le accuse le Ong portarono anche un caso, quello dei minori, trafficati dal Mali alla Costa d’Avorio, dove erano costretti a lavorare gratuitamente in piantagioni di cacao dalle dodici alle quattordici ore al giorno, con poco cibo, poco sonno e frequenti percosse.
A oggi i minori che sono costretti a lavorare nelle coltivazioni di cacao in Africa sono 284.000, in paesi come la Costa d’Avorio, la Nestlè è la terza compratrice mondiale.
Nonostante questo, l‘azienda svizzera ha sempre ribadito la sua condanna per l’uso del lavoro minorile, essendo questo contro i principi della società.
A conferma di ciò, nel 2001 Nestlé e altri grandi produttori di cioccolato firmarono un accordo, il protocollo Harkin-Engel (o Protocollo sul cacao), con il quale si impegnavano a certificare, da luglio 2005, che il loro cioccolato non era stato prodotto attraverso manodopera minorile, debitoria, forzata o proveniente da traffico di esseri umani.
Stando alle accuse recenti, ma considerando anche il report dell’International Labor Rights Fund pubblicato nel 2008, quel protocollo sembrerebbe senz’altro disatteso.
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Questo articolo è stato pubblicato il giovedì, luglio 5th, 2012 alle 06:50 ed è archiviato in Economia SDRENG, Sociale SDRENG. Tags: Africa, bambini, cioccolato, fair labor association, global exchange, international labor rights fund, lavoratori, lavoro minorile, Mali, minori, schiavitù. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il Feed RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.




5 luglio 2012 alle 08:48
Il problema di protocolli, intese, accordi, convenzioni è sempre quello… Se non c’è qualcuno che controlla sull’applicazione e non si hanno strumenti efficaci e altre leve per garantirla, allora il rischio è che gli interessi delle multinazionali, forse inevitabilmente, prevalgano sempre.
5 luglio 2012 alle 12:10
Riuscirà a diffondersi una consapevolezza e cultura che elimini dalla faccia della Terra i flagelli sociali ed ecologici?
Forse no, ma è giusto continuare a remare in questa direzione.
6 luglio 2012 alle 23:07
Penso che le grosse multinazionali sia impossibile che non finiscano per utilizzare manodopera minorile o cose del genere soprattutto se i paese da cui provengono certe materie prime non fanno alcun controllo…
2 gennaio 2013 alle 13:03
È la Ferrero? Mi hanno detto che ance loro disattendono la convenzione. È’ vero?
2 gennaio 2013 alle 14:19
@Andrea: Non so darti una risposta, se riesco faccio delle ricerche e ti farò sapere.